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La sfida sarà comunicare in modo nuovo una nuova normalità

Dopo gli attacchi dell’11 settembre 2001, ci dissero che il mondo non sarebbe mai stato più lo stesso. E non è andata così. Tranne che per le persone direttamente coinvolte e le procedure negli aeroporti, nel giro di poco tempo tutto è tornato alla famosa ‘normalità’. Ad un processo simile assistemmo dopo la crisi del 2008. Succederà così anche per il post-pandemia che ci auguriamo avvenga nel 2021? Avremo il ritorno alla normalità o il primo anno della nuova normalità?

Da un lato abbiamo il nostro adattamento edonico, ovvero la tendenza a sintonizzarci emotivamente in breve tempo ai cambiamenti, positivi o negativi che siano; dall’altro quella che gli psicologi chiamano focusing illusion, cioè la tendenza a sopravvalutare l’impatto di un unico cambiamento sulla nostra vita.

Ma la vera domanda è: quello che c’era prima era davvero normalità? Senza puntare ai massimi sistemi politici ed economici, senza indagare se sia corretto o meno dotare di un contratto di lavoro più robusto determinate categorie poco protette (pensiamo ai rider) (e sì, noi pensiamo che sia giusto tutelarli di più, specie dopo averci salvato decine di cena negli ultimi mesi!), limitiamoci a lanciare uno sguardo al nostro settore: la comunicazione.

Punto primo: la progettazione della comunicazione e quella grafica spesso vengono spesso ignorate o sottovalutate dalle istituzioni. Non è un bel segnale, ad esempio, che la campagna di vaccinazione nazionale sia stata affidata ad un architetto – per noto che sia – e non ad un’agenzia di comunicazione, limitando il segno grafico, la famosa primula, ad elemento ornamentale, di colore, quando doveva essere il simbolo di un messaggio importante, fondamentale per la ripresa del Paese.
Ma ce n’è anche per noi agenzie. Come ha scritto Michele Boroni su linkiesta.it “se guardiamo le campagne pubblicitarie di questi ultimi mesi costruite dalle agenzie italiane, lo sconforto è massimo: i messaggi post-Covid uniti al Natale e alla totale assenza di identità e valori hanno prodotto una melassa sdolcinata priva di qualsiasi guizzo o contenuto creativo, ma fondata su ovvietà e stereotipi che non si vedevano da anni“. Difficile dargli torto. Se la prima ondata è stata un trionfo di Tricolori poi adagiatisi su un letto di morbida retorica, la seconda ondata ha visto il netto riproporsi di antichi schemi: famiglie felici, guidatori sorridenti, assembramenti di ragazzi con lo smartphone. Si dirà: sono le aziende, i committenti, ad invocare una rassicurante visione del mondo. In parte è vero, come potrebbe avverarsi ciò che abbiamo già visto dopo l’11 settembre 2001 e la crisi del 2008. Però il nostro compito è fare di più. Dobbiamo proporci con più coraggio. Indagare, anticipare, proiettare.
Diventare consulenti non solo del bello-immediato, ma attori di un cambiamento che COMUNQUE ci riguarderà, con una visione sempre più digital ma non per forza decisiva per tutti: potrebbe tornare il negozio di prossimità, e con esso la voglia di contatto fisico legalo all’acquisto.

Articolo citato:
Una primula non basta – L’Italia ha un problema di comunicazione, e la campagna per la vaccinazione ne è la prova